Piove, si... no. Ma ci sono le nuvole... si... no.
L'aria è cambiata. Meno calda. Ma è un'impressione. Tornerà il caldo.
Le cose che non si muovono. Che restano ferme. E' come remare in un fiume di melassa. Fatichi come un somaro e resti li. Allora perchè remare? Per sentirmi vivo! Cazzo.
La gente che non c'è. O se c'è non risponde. O se risponde lo fa in maniera ambigua, non chiara. Si o no.
Senti Crozza che ti racconta che Dini ha 40.000 Euro di pensione mensile. E quando la Gruber gli chiede LEI SI ridurrebbe la PENSIONE? Risponde, piccato, "non capisco il senso della domanda".... !?!?!?!?!?.... Brutto ladro... PRENDERNE META'!!!!! Che cazzo c'è da capire???
Leggi che non faranno più il ponte di Messina.
Hanno già speso 270 milioni di euro. E il fatto di non farlo (impegni e contratti già firmati) porterà esborsi per lo stato di altri 400 milioni di euro.
Cazzo, solo in Italia si riescono a spedere 670 milioni di euro per non fare una minchia!!!
E poi, il basket, la macchina, i conti che non tornano. E invece chi torna rompe le palle.
Insomma ho la pelle sensbilizzata, i peli alti e ringhio. E mi girano a mille.
Se vi avvicinate con educazione e buone intenzioni, tenete la distanza. Non vorrei mordervi.
Se lo fate per rompere... Lasciate stare.
lunedì 23 luglio 2012
domenica 8 luglio 2012
Amare una donna per tutta la vita?
Non avrei saputo dirlo meglio. Grazie Jacopo....
Oppure cambiare modello ogni 5 anni?
Il mito del maschio patriarcale è quello del latin lover. Cambiare donna ogni notte. Ma è una sciocchezza perché la prima volta che fai l’amore con una donna non c’è conoscenza, intimità, complicità e non puoi certo raggiungere il massimo dell’orgasmo.
Se cambi donna ogni notte insegui il piacere mentale della conquista, hai vinto, hai fatto un altro punto, un’altra tacca sulla tua pistola.
Ma se vuoi veramente l’estasi dei sensi ti conviene cercare qualche cosa di diverso dalle avventure.
Non esiste nella nostra cultura la celebrazione dell’estasi della millesima notte d’amore. Quando conosci tutto di lei e lei di te.
Inoltre non esiste la coscienza del fatto che l’amore cresce.
La nostra cultura è incentrata sull’apparenza e l’edonismo, il valore di mercato di un bel corpo.
Ma i corpi invecchiano e quindi i maschi benestanti si dedicano a cambiar moglie appena alla consorte diminuisce la tensione epidermica e spuntano le rughe.
Nell'articolo precedente di questa serie di scritti esistenziali, ho cercato di evidenziare che la nostra cultura non mette l’amore al primo posto, perché ha paura della potenza “mistica” della cotta romantica capace di far impazzire i sudditi dell’Impero.
Ora vorrei invece parlare di come la negazione della crescita dell’amore sia un danno epocale.
Quando spuntano le rughe sul viso dell’amata, o quando ci si trova di fronte a qualche contrasto, la tendenza dominante è quella di rompere il rapporto.
Diversamente si comporta una persona che è convinta che un amore cresca e che sia capace di dare i suoi frutti migliori solo dopo molto tempo.
E non solo per quanto riguarda il piacere orgasmico.
Dopo 17 anni di amore con Eleonora, non solo mi rendo conto che la amo e la desidero ma mi accorgo anche del fatto che cresce qualche cosa di assolutamente pazzesco tra noi due.
Mentre sto scrivendo mi rendo conto che nella nostra cultura basata su soldi e potere non esiste neppure un nome preciso per questo sentimento.
Manca la parola.
Provo a spiegarmi. Io ho incontrato questa donna meravigliosa e bellissima e me ne sono perdutamente innamorato.
E in tutti questi anni abbiamo vissuto una serie di eventi a volte bellissimi, a volte veramente tragici. Tutte queste esperienze hanno creato tra noi due qualche cosa di fortissimo. Più forte addirittura dell’amore romantico. Perché sai che lei, al di là degli scontri, al di là dei disaccordi, è totalmente con te, dalla tua parte. E tu uguale.
So che qualcuno starà pensando che sono discorsi al miele, e magari farà anche un sorrisino ironico… Ma per me è così. Dire che io darei la vita per lei non è retorica, è un fatto certo come il sorgere del sole. E so che per lei è uguale. Lei è dalla mia parte, sempre e comunque. Magari in certi momenti di rabbia mi può anche insultare ma lo fa restando dalla mia parte. Sono cose che nei primi anni non possono succedere perché solo la fucina della vita può fondere e ricostruire la parte della tua anima che si unisce con lei.
Posso indicare questo stato con le parole solidarietà, complicità, intesa, affiatamento, identitarismo (qualche cosa che ti dà reciproca identità), ma tutte queste parole non c’entrano quel che sto descrivendo.
E non esiste neppure una parola che definisca il contrario: l’idea che un uomo che resta per tutta la vita sia un po’ pirla e che si debba cambiare donna come si cambia auto per averne sempre una nuova fiammante.
Se sperimenti questo miracolo dell’amore poi ti rendi conto anche di un altro prodigio complementare. La donna che ami resta bellissima in eterno.
Quando faccio l’amore con Eleonora lei ha sempre 26 anni ed è stesa sopra un letto color avorio, in una camera di un alberghetto di Sciacca, con al di là della finestra solo il mare, e il suo corpo è fuoco liquido. E io non potrei amarla di più. Perché lei è la mia vita.
(Jacopo Fò)
Oppure cambiare modello ogni 5 anni?
Il mito del maschio patriarcale è quello del latin lover. Cambiare donna ogni notte. Ma è una sciocchezza perché la prima volta che fai l’amore con una donna non c’è conoscenza, intimità, complicità e non puoi certo raggiungere il massimo dell’orgasmo.
Se cambi donna ogni notte insegui il piacere mentale della conquista, hai vinto, hai fatto un altro punto, un’altra tacca sulla tua pistola.
Ma se vuoi veramente l’estasi dei sensi ti conviene cercare qualche cosa di diverso dalle avventure.
Non esiste nella nostra cultura la celebrazione dell’estasi della millesima notte d’amore. Quando conosci tutto di lei e lei di te.
Inoltre non esiste la coscienza del fatto che l’amore cresce.
La nostra cultura è incentrata sull’apparenza e l’edonismo, il valore di mercato di un bel corpo.
Ma i corpi invecchiano e quindi i maschi benestanti si dedicano a cambiar moglie appena alla consorte diminuisce la tensione epidermica e spuntano le rughe.
Nell'articolo precedente di questa serie di scritti esistenziali, ho cercato di evidenziare che la nostra cultura non mette l’amore al primo posto, perché ha paura della potenza “mistica” della cotta romantica capace di far impazzire i sudditi dell’Impero.
Ora vorrei invece parlare di come la negazione della crescita dell’amore sia un danno epocale.
Quando spuntano le rughe sul viso dell’amata, o quando ci si trova di fronte a qualche contrasto, la tendenza dominante è quella di rompere il rapporto.
Diversamente si comporta una persona che è convinta che un amore cresca e che sia capace di dare i suoi frutti migliori solo dopo molto tempo.
E non solo per quanto riguarda il piacere orgasmico.
Dopo 17 anni di amore con Eleonora, non solo mi rendo conto che la amo e la desidero ma mi accorgo anche del fatto che cresce qualche cosa di assolutamente pazzesco tra noi due.
Mentre sto scrivendo mi rendo conto che nella nostra cultura basata su soldi e potere non esiste neppure un nome preciso per questo sentimento.
Manca la parola.
Provo a spiegarmi. Io ho incontrato questa donna meravigliosa e bellissima e me ne sono perdutamente innamorato.
E in tutti questi anni abbiamo vissuto una serie di eventi a volte bellissimi, a volte veramente tragici. Tutte queste esperienze hanno creato tra noi due qualche cosa di fortissimo. Più forte addirittura dell’amore romantico. Perché sai che lei, al di là degli scontri, al di là dei disaccordi, è totalmente con te, dalla tua parte. E tu uguale.
So che qualcuno starà pensando che sono discorsi al miele, e magari farà anche un sorrisino ironico… Ma per me è così. Dire che io darei la vita per lei non è retorica, è un fatto certo come il sorgere del sole. E so che per lei è uguale. Lei è dalla mia parte, sempre e comunque. Magari in certi momenti di rabbia mi può anche insultare ma lo fa restando dalla mia parte. Sono cose che nei primi anni non possono succedere perché solo la fucina della vita può fondere e ricostruire la parte della tua anima che si unisce con lei.
Posso indicare questo stato con le parole solidarietà, complicità, intesa, affiatamento, identitarismo (qualche cosa che ti dà reciproca identità), ma tutte queste parole non c’entrano quel che sto descrivendo.
E non esiste neppure una parola che definisca il contrario: l’idea che un uomo che resta per tutta la vita sia un po’ pirla e che si debba cambiare donna come si cambia auto per averne sempre una nuova fiammante.
Se sperimenti questo miracolo dell’amore poi ti rendi conto anche di un altro prodigio complementare. La donna che ami resta bellissima in eterno.
Quando faccio l’amore con Eleonora lei ha sempre 26 anni ed è stesa sopra un letto color avorio, in una camera di un alberghetto di Sciacca, con al di là della finestra solo il mare, e il suo corpo è fuoco liquido. E io non potrei amarla di più. Perché lei è la mia vita.
(Jacopo Fò)
mercoledì 20 giugno 2012
Hic sunt Leones...
Il suono della sirena scandisce la fine dei primi due
quarti, e con esso l’inizio dell’intervallo lungo.
Non guardo nessuno e parto dritto verso lo spogliatoio.
Deciso. Senza dire nulla. So che i ragazzi mi seguiranno.
Entro. Cerco un posto più o meno centrale. Mi siedo e aspetto. In silenzio.
Entrano anche i miei giocatori. Prima alla chetichella, poi
sempre più velocemente, magari anche interrompendo discussioni fra di loro.
Cose a cui non faccio il minimo caso. Ora.
Abbiamo giocato due quarti ributtanti. Con tutto il rispetto
per gli anziani, se giochiamo così dovremmo andare a giocare il campionato
ANFASS. Tipico, penso, quando incontriamo una squadra di gente triste, ci
adeguiamo, invece di giocare. Forse sono le motivazioni che mancano. Vorrei
incazzarmi. Ma non lo farò.
Faccio passare altri 10 secondi. Voglio almeno 5/6 secondi
di silenzio assoluto.
C’è l’ho. Ora ascoltano.
"Pena. Facciamo pena. E al diavolo la teoria che con gli
sfigati giochiamo male. Siamo giocatori di Basket, non puttane che non pagate,
non ci mettono enfasi nella prestazione.
La questione penso sia un’altra.
Io vi alleno perché penso che, anche se qualche volta sembrate
un po’ arrugginiti e acciaccati, siete dei grandi giocatori. In grado di far
vedere un bel Basket. Di costruirlo, come un disegno fatto insieme. Di
metterlo li, su quel parquet.
Ma, sapete?
Se ci credo solo io, conta poco o nulla. Se date ascolto
alla parte indolente di voi, sarete indolenti.
In ritardo sulle difese, anche se mi attacca un “morto”.
In ritardo sui passaggi, con tiri buttati quasi a caso.
E in quest’altro disegno, continuate a dipingervi sempre più
incapaci.
Perché capitemi, li dietro quella porta, oggi, in campo ci
siete solo voi. Se giocate, li spacchiamo. Se non lo fate, perdiamo in maniera
ignobile.
Ma non chiedete a me le Vostre motivazioni. Io ho le mie. E
spero, anzi, so… Voi le vostre.
Se non fate leva su quelle. Se non decidete che tutte le
partite vanno giocate al 100% se non metterete cuore e concentrazione in ogni
tiro in ogni passaggio, in ogni sguardo ai compagni, stiamo perdendo tempo.
Molliamo tutto e andiamo a mangiarci una pizza.
Se, invece…
sentite dentro…
che siamo (ancora) una squadra,
sentite che ha senso stare qui e lottare su ogni pallone
anche se di fronte non abbiamo un colosso, ma solo un avversario mediocre,
se riuscite a essere forti e umili, senza far finta di
esserlo,
allora torniamo dentro e giochiamo insieme a Basket.
Insieme.
Se diciamo Hic Sunt Leones… non miagoliamo come gattini
bagnati."
Ci alziamo. Uniamo i pugni al cielo. Hic… sunt… LEONES!!!!!
La vera emozione di essere un allenatore?
Per me sta nella capacità di capire e leggere le situazioni,
e, di conseguenza, di aver qualcosa (poco e preciso) da dire. Ma, alla fine e
soprattutto, di riuscire a farmi ascoltare e capire.
E ogni tanto ci si riesce. Alla fine +28.
domenica 17 giugno 2012
the Soul of Basket
Arrotolo con cura il salva pelle, un giro solo perché costa
un sacco.
Ho giù preparato le strisce di nastro, e sono pronto a
procedere nel rito della fasciatura delle mie povere caviglie. Poche volte mi
sono chiesto come si comporteranno domani, quando smetterò.
Oggi devono
tenere. Quindi… sotto con la
fasciatura.
I miei compagni stanno arrivando ora, ma io sono
praticamente già pronto.
Per me è un rito. C’è una sorta di sacralità, per me, nell’entrare in
campo.
A luci ancora spente, senza spettatori, prima che la bolgia e
l’adrenalina alterino le tue percezioni.
Ho bisogno di sentire l’attrito della mia mano sul pallone,
lo stridio delle mie scarpe sul parquet, il rumore unico (e portatore di
assuefazione e dipendenza) della retina che accoglie il pallone, rallentandolo
un poco prima della caduta.
Muovo i primi passi, corro piano, la tensione pre partita se
ne va, provo solo divertimento. E determinazione.
Un giocatore mitico e per sempre mio idolo, prima della
partita, con il suo sorriso unico, diceva “showtime !!!” , anche se per
lui (come per me) era importante mettere tutto nella “sfida” e poi… se si poteva, se ci si riusciva… vincere. Battendo prima se stessi e i
propri limiti e poi gli altri, attraverso i loro limiti. Voglio giocare così, con questo spirito.
Siamo tutti ormai, Jack, Gazzingher, Gigi, Leo, Tony, e gli
altri.
Ci riscaldiamo in silenzio, lanciandoci sguardi di intesa,
che parlano più di mille parole.
Agli ordini del “comandante” di questa ciurma, il ritmo si fa
inteso, i movimenti sempre più forti e veloci, alziamo la precisione e con essa
la determinazione.
Di la della linea di metà campo una brutta “gatta da pelare”: sono 10, ma tutti molto
tosti e ruvidi in difesa. E poi ne hanno un paio a cui sarebbe meglio tagliare
le mani, … che tiratori, ragazzi.
Ma queste sono le partite che io e i miei compagni vogliamo
giocare.
Dentro o fuori. Loro o noi. Nessuna replica, ultimo
spettacolo, ultima chance.
Palla due…. Si inzia. È nostra. Buon “segno”. Quando la
scaramanzia è scienza. Sorrido e corro.
La partita vive i suoi momenti e come un mare è fatta a
onde. Ora ti favorisce, ora ti sembra di essere in salita. I tecnici la chiamano
“inerzia”. Tu che giochi da tempo la conosci bene. E sai che quando si fa
fatica conta solo il semplice e l’essenziale. In attesa che la partita torni da
te.
E se non lo fa, la vai a prendere. Invitandola.
Mi hanno messo un troglodita mastino a difendermi.
Questo buzzurro è
duro come un sasso e picchia duro.
Mi sta lontano. Sa che se me ne da
l’occasione lo lascio li. A guardarmi mentre entro.
Siccome mi da spazio, lavoro per i compagni e, poco
all’inizio, ma in un crescendo mi prendo i miei tiri.
Non sono un fromboliere…
ma i primi tre li ho messi.
Infatti ora sento l’odore del suo sudore. Si è
avvicinato, il mio mastino.
Aspetto che sia il mio turno. Il mio momento. Ce ne sono
tanti in un match.
Devi solo imparare a riconoscerli e ad affrontarli, con
presenza, attenzione e responsabilità. Ma soprattutto, giocando.
Il coach chiama Timeout. Ne vuole parlare. Dice poche cose.
Chiare. Semplici. Lo ammiro. E mi fido. “Ehi, ho bisogno che cominci ad
entrare. Devono stare attenti a te. Ci sei?”
Gli sorrido, e
alzando il pollice del pugno sinistro chiuso, lo rassicuro. Girandogli le
spalle, mi sistemo la maglia e torno nella bolgia.
Un secondo prima di cominciare, facciamo gruppo in campo. Un
attimo. Ancora intesa e sguardi di approvazione e fiducia. Ora li spacchiamo.
Taglio. Da destra a sinistra… il mio difensore è un po’
stanco e reagisce un attimo dopo. Gambe alte. Tony vede. Ricevo. Finto subito
un tiro per valutare la reazione.
Reagisce il mastino.
“sei ancora qui, eh?” penso.
E’ un attimo. Si distrae, a causa di jack che finta un
blocco sul suo lato sinistro. Gira la testa e per resistere al contatto porta
il suo peso sulla sua gamba destra. Ora sei mio!!
Mi abbasso come un felino che attacca e incrocio profondo a
sinistra, lo passo… ma manca ancora per arrivare. Allora mentre palleggio
cambio passo e affondo di nuovo il passo destro (l’ho visto fare a un giocatore
russo, così arrivo diritto e in equilibrio sotto canestro) di nuovo palleggio e
primo passo del terzo tempo ancora di sinistro, ma stringendo ancora la curva.
Destro e vado su. Mentre salgo lo vedo arrivare per fermarmi.
In volo cambio mano e tiro la palla con la destra invece che
con la sinistra, dove punta il mio avversario, passando dietro alle sue mani
protese. La palla non tocca nulla se non la retina: mio premio è il rumore del “ciof”.
Atterro e recupero in difesa. Jack che corre all’indietro mi
da un “highfive”.
“Bel numero… ma io
l’avrei appoggiata al tabellone, magari era più sicuro, no?”
Ed io “E dove pensi abbia mirato?” Ridiamo. Pronti alla
prossima azione.
Alle volte sognavo che le partite finissero solo quando
tutti i giocatori erano esausti. E
non allo scadere del tempo. Quei momenti di intesa, di fatica, di scelte condivise e
uguali, fatte insieme nello stesso momento, sono unici.
Ti fanno sentire parte
di qualcosa.
Ti fanno sentire compreso, capito.
Cose uniche, che poi ricerchi,
anche in altri ambiti, nella partita che si chiama vita.
sabato 16 giugno 2012
.. over 40.
E se un povero disgraziato ha la sfiga di perdere il lavoro dopo i 40?
Leggo e posto la lettera di Roberta. Dice tutto. E di più. E dalle istituzioni, un silenzio assordante.
Leggo e posto la lettera di Roberta. Dice tutto. E di più. E dalle istituzioni, un silenzio assordante.
Gentili Signori,
Sono una donna di 51 anni che vede il Vs. operato, e
non mi permetterei mai di criticarlo negativamente, se non fosse che, per
quanto riguarda il problema occupazionale, Voi fate sempre riferimento ai giovani.
Dovreste tenere presente che , in Italia, c’è una fascia di persone che hanno
superato i 40 anni e che, per cause non attribuibili a loro, si trovano senza
un’occupazione ed oltretutto fanno fatica a reinserirsi nel mercato del lavoro.
Tutto questo perché vengono considerati da tutti come “Merce da rottamare” dai
titolari di aziende, dai sindacati, dalle istituzioni. Affermo tutto questo in
quanto, mio malgrado, faccio parte anch’io di questa fascia di persone da quasi
6 anni; credetemi, non è facile cercare di andare avanti in modo sempre
precario, senza sapere cosa ti aspetta il futuro, ed inoltre, anche quando si
viene assunti da un’azienda per un periodo di tempo determinato, si è sempre
visti come lavoratori di serie “B” dai titolari della stessa azienda, dai
dirigenti, perfino dagli stessi impiegati.
Ma la cosa che fa più male è il costatare che, per
quanto riguarda il problema dei disoccupati over-40 non viene quasi mai
affrontato nemmeno dai mass media; a volte ci sono degli accenni (Di questo
problema ho sentito parlare ben poche volte) ma vengono quasi subito smorzati,
quasi come se questa realtà non si volesse vedere, o peggio ancora si facesse
finta che non esista. Questo atteggiamento lo ritengo un modo molto spiccio per
gettarci pesci in faccia e relegarci sempre di più ai margini della società,
considerandoci così come “Rifiuti”. Sappiate che siamo anche noi degli esseri
umani, e questo atteggiamento mentale, oltre che scorretto nei nostri
confronti, è anche un modo molto discriminante per considerarci “Zavorra”, o
per meglio dire “Rifiuti non più riciclabili”.
Deduco tutto ciò in quanto io stessa vivo questo
problema in prima persona, ma anche perché noto che, quando si parla di
disoccupazione, si fa sempre cenno ai giovani. Senza nulla togliere a loro in
quanto sono il futuro del nostro Paese, dovreste anche affrontare il problema
dei disoccupati over- 40; tenete presente che, un disoccupato che ha superato
la quarantina d’anni, se non riesce a trovare lavoro, ha delle ripercussioni
negative non soltanto su se stesso, ma anche verso i propri familiari. Io ad
esempio, non sono sposata, vivo con i miei genitori ultraottantenni che non
hanno più una salute ferrea, e quindi ci sono dei costi per quanto riguarda l’acquisto
di medicinali, il mantenimento di una casa, le spese condominiali, le utenze.
Come credete che mi senta io quando vedo che non posso contribuire al bilancio
familiare in quanto non ho un lavoro? Tenete presente che il mio non è un caso
a parte, come me vive altra gente, ma trovo assolutamente sconcertante ed
oltremodo ingiusto il fatto di non essere nemmeno riconosciuti come esseri
umani che cercano di far valere un diritto sacrosanto (ndr COSTITUZIONALE!!!!)!
Tenete inoltre presente che, per una persona di 40-50 anni, il fatto di non
essere di sostegno economico per i propri familiari, con l’andar del tempo e
nonostante la forza di carattere, diventa deprimente e snervante vivere nella
suddetta situazione. Dovreste inoltre essere informati che,in Italia, i
disoccupati in età matura non sono un numero inferiore rispetto ai giovani; si
tratta di 1 milione e mezzo circa di persone che, con la loro esperienza e la
loro buona volontà, possono dare molto per ricostruire il mercato del lavoro se
non fossero maltrattati, o meglio se non esistesse il preconcetto “Troppo
giovani per la pensione ma troppo vecchi per lavorare”; questo modo di pensare è
molto comune tra i titolari ed il personale delle aziende, e molto spesso non
si rendono conto che, con questo preconcetto, si autoassolvono rimettendoci in
minima parte loro, ed in massima parte i candidati che dovrebbero essere
assunti ma che invece, causa età, vengono sistematicamente scartati. Faccio notare
che, per quanto riguarda il fattore età, esiste il DLGS 216/03, che recepisce
la direttiva europea 2000/78, che vieta ogni tipo di discriminazione per quanto
riguarda l’età, sesso, culto, razza; questa legge, nonostante la sua esistenza,
non viene quasi mai applicata dalle aziende, ma neanche dai centri per l’impiego
o alcune volte neanche dalla amministrazione pubblica nei suoi concorsi.. Sono
al corrente di quanto suddetto in quanto sono una simpatizzante dell’Associazione
Lavoratori over-40 guidata dal Dott. Giuseppe Zaffarano, associazione che si
occupa da 10 anni delle problematiche di chi ha perso il lavoro in età matura.
Tengo inoltre a precisarVi che una persona che perde
il lavoro in età matura, ha dei problemi ben più grandi di una persona che ha
20-25 anni, che magari non lavora ma nonostante tutto può permettersi un tenore
di vita agiato in quanto ha i genitori che lavorano e possono garantirgli il
necessario per mantenersi fino a quando non sarà economicamente indipendente.
Vi pregherei quindi, di intervenire prontamente su tale problematica di lavoro
e di tener presente anche tutte quelle persone che hanno perso il lavoro in età
non più giovane ma che sono ancora lontani dalla pensione. Anzi, a mio avviso
dovreste fare delle leggi per favorire la flessibilità di rientro sul mercato
del lavoro di questi individui. Inoltre dovreste far applicare il rispetto
della DLGS 216/03 (Discriminazioni riguardanti i limiti di età, sesso,
culto,razza) con un maggior rigore, in modo tale da facilitare ulteriormente il
rientro degli over-40 nel mercato del lavoro. Certa che prenderete questa mia
missiva non come un rimprovero ma come un consiglio, Vi porgo i miei più
distinti saluti.
domenica 10 giugno 2012
Mathilda
Respiro piano.
Vedo, sento e ascolto. Non penso.
Sento il vento su di me.
Stanno finendo di preparare. Manca poco.
Sarà puntuale. Lo è sempre.
Lei è qui di fianco a me.
Non l’ho cercata. Ma ora c’è.
Strano. Lei vede dentro di me.
Il mio vero cuore. Non la mia maschera.
Non ciò che faccio.
La difenderò. Da quando l'ho fatta entrare non può essere altrimenti.
La mia è una battaglia persa.
Ma lei non morirà.
Il primo colpo parte veloce. Centro. Via uno.
Sotto l’altro.
Come il primo.
Andiamo.
Lei mi apre finestre chiuse da secoli.
Oggi Lei mi ridà "vita".
Quella che io tolgo agli altri e quella che, goccia dopo goccia,
quella che ho tolto a me
stesso.
So che è l’inizio della fine.
Ma sono un giocatore.
Gioco con le carte che il destino mi
da.
Faccio del mio meglio.
Sarà una bella fine.
Per chi come me, nasconde il proprio cuore per tutta la sua
vita,
non è facile farlo vedere.
Ma soprattutto. Farlo vedere significa morire.
Mi chiedo:
sapere che esiste chi ti ama incondizionatamente e conosce
la vera forma del tuo cuore, è abbastanza per dedicare una vita?
Si.
Mentre il buio scende su di me, so che è così.
And if I told you that I loved you
You'd maybe think there's something wrong
I'm not a man of too many faces
The mask I wear is one
Those who speak know nothing
And find out to their cost
Like those who curse their luck in too many places
And those who smile are lost.
You'd maybe think there's something wrong
I'm not a man of too many faces
The mask I wear is one
Those who speak know nothing
And find out to their cost
Like those who curse their luck in too many places
And those who smile are lost.
…
But that's not the shape of my heart
That's not the shape of my heart
That's not the shape of my heart
giovedì 31 maggio 2012
La legge dei primi
Che significa essere primo?
A volte è una soddisfazione.
Essere il primo in una lunga fila davanti ad uno sportello.
Ancora meglio essere il primo su una competizione sportiva.
Gloria e onore.
Magari qualche soldo.
O primi nello studio.
Primi nel lavoro. Successo. I tuoi “15
minuti” di ribalta.
O primo, senza volerlo, capostipite di una generazione
familiare.
Oppure, leader, scelto o cresciuto, di un gruppo.
La leadership, intesa come “comando”:
dico io cosa si fa…
trovo le soluzioni.
Prima di decidere, informatemi.
Senza di me non si decide nulla.
Il comando è una cosa che da alla testa.
Anche essere allenatore di un gruppo. Sei quello che sceglie.
E da li a credersi onnipotenti, ne manca davvero poco.
Perdere il senso della realtà è un attimo.
Basta dimenticarsi la domanda "per chi scelgo?".
Ma anche riuscendo a non caderci e quindi, riuscendo a
mantenere un equilibrio sano con quello che fai, restando sempre al servizio di
chi ti crede “comandante”, la vera battaglia è quella di non essere soli.
Già.
Anche se circondato da gente.
Anche se tempestato di
telefonate.
Anche se uomo apprezzato e cercato da donne (o viceversa).
Soli, con le tue preoccupazioni, che nessuno vuole, perché da
te vogliono soluzioni…
Soli, con le tue paure, a cui nessuno crede. Tu? Ma non è
possibile…
Quasi sempre cercato per quello che dai e non per quello che
sei.
E quando non dai più?
Apriti cielo. Questo diventa una colpa intollerabile per i "secondi".
Tanto da bandirti dal regno. E fare di te un piccolo reietto.
Mio nonno diceva: Si nasce da soli. Si muore da soli.
Allora, fermo e seduto, pensi:
chi mi ha dato senza chiedere?
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